Settimana Europea della Riduzione dei Rifiuti 2018: #Timetodetox

L'intervista a Roberto Cavallo, AD di ERICA soc. coop, che da oltre 25 anni si occupa di ambiente e sostenibilità e soprattutto di come comunicarli.

Settimana Europea della Riduzione dei Rifiuti 2018: #Timetodetox

Roberto Cavallo, AD di ERICA soc. coop. Da oltre 25 anni si occupa di ambiente e sostenibilità e soprattutto di come comunicarli. Autore TV e scrittore, è uno dei più grandi esperti in Italia e non solo nel vasto campo della riduzione dei rifiuti. La prossima Settimana Europea per la riduzione dei rifiuti sarà dedicata ai rifiuti pericolosi. Per lanciarla e divulgarla è stato scelto l’hashtag #Timetodetox. Per saperne di più abbiamo intervistato il Dott. Cavallo.

Si avvicina la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti. Di cosa si tratta? è cambiata negli anni?

A partire dal prossimo 17 novembre andrà in scena la Settima Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR). In Italia siamo giunti alla decima edizione di una iniziativa che, nata due anni prima in Francia, a partire dal 2008, si è poi estesa nel resto di Europa. A quel tempo ero vicepresidente dell’Associazione Città e Regioni per il Riciclo (www.acrplus.org) e in quella veste ebbi la fortuna di poterla portare in Italia. Mi piace ricordare come l’Italia sia l’unico Paese organizzatore che ha un comitato che rappresenta le diverse categorie interessate: il Ministero dell’Ambiente come istituzione centrale, la Regione Siciliana, le città metropolitane di Torino e Roma e l’ANCI per i diversi livelli di istituzioni locali, Utilitalia in rappresentanza delle imprese che gestiscono i rifiuti , Legambiente e AICA (Associazione Internazionale per la Comunicazione Ambientale), che tra l’altro gestisce la segreteria organizzativa, per le associazioni, e l’UNESCO come membro invitato permanente.

A partire dal 2013 la SERR ha voluto lanciare anche un tema centrale, non esclusivo, ma che riuscisse a far comprendere che in ogni ambito si può davvero fare molto. Nel 2013 il tema era il riuso, nel 2014 gli sprechi alimentari, nel 2015 la dematerializzazione (fare più con meno), nel 2016 gli imballaggi, nel 2017 la riparazione, e nel 2018 si parlerà dei rifiuti domestici che contengono sostante pericolose.

Cresce la consapevolezza tra cittadini, enti e istituzioni. Ma i kg di rifiuti pro-capite ad esempio in Italia aumentano o diminuiscono? Si riesce a mettere a dieta la pattumiera?

È vero che stia crescendo la consapevolezza, ma è davvero molto difficile dire se i rifiuti crescono o diminuiscono. I fattori che influenzano la produzione sono molti e banalmente c’è anche una questione di come si contabilizzano. Difficile anche fare paragoni tra i diversi Stati: ad esempio in Francia si distinguono i rifiuti domestici (e cioè quelli prodotti delle famiglie) da quelli urbani che, invece, comprendono anche quelli derivanti dalle attività commerciali. In Italia la contabilità varia addirittura da Regione a Regione: per la cosiddetta assimilabilità, ci sono Regioni come la Toscana o l’Emilia Romagna che assimilano agli urbani molto, mentre altre regioni come il Veneto che assimilano molto poco. Il Ministero ancora deve emanare un decreto che regolamenti il livello di assimilazione, ovvero che uniformi quali rifiuti si possono considerare urbani e dunque essere soggetti al servizio pubblico e quali invece sono speciali e dunque esclusi dalla privativa, ma lasciati per la loro raccolta e gestione al libero mercato.

Tutto ciò premesso è possibile mettere a dieta la pattumiera: lo può fare il cittadino con i suoi comportamenti di consumo, lo può fare l’istituzione con le sue regole e lo può fare l’impresa con i suoi processi produttivi.

In materia di (riduzione di) rifiuti, secondo Lei qual è la prima grande priorità (attuabile)?

Occorre distinguere l’ambito di applicazione. A livello domestico, ad esempio, qualora si abbia la fortuna di avere a disposizione una quarantina di metri quadrati di spazio verde si può praticare il compostaggio domestico dei propri scarti biodegradabili. Questa misura permette di non consegnare al servizio pubblico oltre 100 chili di scarti per abitante all’anno, in pratica il 30% dei rifiuti domestici. Per questo anche le istituzioni dovrebbero garantire uno sconto fiscale a chi adotta questa pratica ed inserire nei piani regolatori l’impegno a riservare spazi verdi comuni per rendere attuabile questa sana abitudine anche a chi non ha a disposizione un’area propria. Un passo decisivo poi, per incentivare comportamenti virtuosi, da parte dei Comuni, è l’adozione di un prelievo fiscale proporzionale alla quantità di rifiuti prodotti e alla capacità di differenziare: la cosiddetta tariffa puntuale. Le realtà che adottano sistemi di misurazione puntuale fanno registrare riduzioni attorno al 20% dei propri scarti.

Le realtà artigianali dovrebbero investire sulla riparazione e promuovere il riutilizzo: sono le misure che più consentono di contenere le emissioni.

Si parla tanto di economia circolare, è un modello attuabile davvero?

Certo che lo è: dipende solo dalla nostra volontà. Purtroppo l’economia circolare, per come la si sta presentando, rischia di diventare una moda o comunque di essere un mero esercizio di stile. Economia circolare significa attuare energie rinnovabili, ricercare materie prime o prime e seconde più vicine a noi. Significa riprogettare i prodotti affinché durino di più e, quando giunti a fine vita, siano disassemblabili e riparabili. Si devono poi creare beni che non contengano sostanze pericolose e, qualora ciò non sia possibile, far sì che almeno siano facilmente recuperabili. Nei diversi documenti sull’economia circolare si parla di simbiosi industriale, alludendo al fatto che diverse industrie si devono mettere in rete per collaborare e un comparto utilizzare gli scarti di un altro settore. La buona notizia è che questo avviene già da tempo, fin da quando Pal Palmer, nel 1974, lanciò lo Zero Waste Inc. in California recuperando le sostanze chimiche dall’industria elettronica che muoveva i suoi primi passi.

La vera svolta deve essere una simbiosi trasversale: una simbiosi istituzionale, civile e industriale. Solo se i tre universi si metteranno nelle condizioni di dialogare fra loro allora ci sarà un vero cambiamento. In questo senso allora si smetterà di parlare di produzione di beni di consumo e si incomincerà davvero a parlare di erogazione di servizi.

Ogni anno la SERR si incentra su una tematica. Quella del 2018 riguarda quelle categorie di rifiuti pericolosi che però riguardano oggetti di uso comune. Prodotti sui quali forse è necessaria una consapevolezza maggiore. Quali sono?

Esatto, il tema di quest’anno sono le sostanze pericolose contenute nei beni e oggetti che ci passano quotidianamente tra le mani. Possiamo sintetizzare il tema con lo slogan e hastag #timetodetox

Le azioni che possiamo fare sono molte ed io stesso mi impegnerò innanzitutto a capire quali siano le sostanze presenti in casa mia: in garage e in cantina, ad esempio, abbiamo vernici e sostanze per il bricolage che sono tossiche o infiammabili, in cucina abbiamo padelle antiaderenti con superfici ricche di perfluorurati, in lavanderia abbiamo ammorbidenti e detersivi con sostanze chimiche che inquinano fiumi, mari e laghi, in bagno abbiamo cosmetici che contengono microplastiche e nelle nostre stanze da letto ci sono vestiti resi impermeabili o antimacchia, anch’essi ricche di perfluorurati, o pronti a rilasciare migliaia di microplastiche ad ogni lavaggio o ancora protetti dalla vecchia cara naftalina che bene non fa. Insomma prima di tutto dobbiamo conoscere ciò che abbiamo intorno a noi e solo così possiamo cercare sostituti che fanno meno male.

Articolo a cura di Letizia Palmisano giornalista ambientale e di Rete Clima