Cambiamenti climatici: meno fonti fossili e più riforestazione per far scendere la febbre del Pianeta.

A che punto siamo con i “piani per salvare il Pianeta”? Quali sono gli scenari possibili? Ne abbiamo parlato con il climatologo Vincenzo Ferrara.

Cambiamenti climatici: meno fonti fossili e più riforestazione per far scendere la febbre del Pianeta.

Lo scorso venerdì a Katowice si è conclusa la COP24 durante la quale gli Stati lavorano per definire le regole di attuazione dell’Accordo di Parigi del 2015. Il primo grande summit della Terra avvenne a Rio de Janeiro nel 1992 e da allora sono trascorsi 26 anni: a che punto siamo con i “piani per salvare il Pianeta”? quali sono gli scenari possibili? Ne abbiamo parlato con il climatologo Vincenzo Ferrara, componente italiano del Panel on Climate Change (IPCC), importante comitato intergovernativo ONU vincitore nel 2007 (insieme ad Al Gore) del Premio Nobel per la Pace per gli studi condotti sui cambiamenti climatici.

Dott. Ferrara partiamo dal chiarire subito un punto, forse non chiaro ai più: si sente spesso parlare cambiamenti climatici “accettabili” pari a 1,5° o 2°, ma rispetto a cosa? Qual è il parametro di partenza? Non penso certo che sia la temperatura che abbiamo dentro casa...

L’aumento è calcolato rispetto alla temperatura media della Terra, misurata su tutto il Pianeta, prendendo in considerazione la media dell’anno che è di 15 gradi. In questo momento abbiamo già sotto gli occhi gli effetti dei cambiamenti climatici (e i danni) anche in Italia che sono la conseguenza dell’aumento di un grado. È importante evidenziare che la metà di questo aumento è avvenuta negli ultimi 25 anni. Ad oggi, considerati i livelli di anidride carbonica in atmosfera (i cui effetti si producono nel tempo), la temperatura terrestre è destinata ad aumentare.

Perché si parla di 1,5 gradi e 2 gradi? Perché è così importante rimanere entro questi limiti.

Il riferimento ai 2 gradi individuato dall’IPCC è il limite entro cui i danni derivanti dai cambiamenti climatici - che comunque ci saranno e già si manifestano - sono in qualche modo affrontabili sia in termini di misure di adattamento climatico che di costi. Poi è sempre una questione di media terrestre: vi sono dei Paesi in cui danni sono sicuramente maggiori. Durante i lavori della Cop24, Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, è stato chiaro: “Per molte popolazioni il clima è già una questione di vita o di morte”. Per questo anche mezzo grado fa un'enorme differenza.

Quando si parla di cambiamenti climatici e di possibili scenari nel caso di un aumento della temperatura di 4 o 5 gradi, vengono in mente immagini “apocalittiche” tra le quali vi sono quelle descritte anche dal mondo del cinema (ricordo il film “The Day after tomorrow” del 2004) con l’ipotesi molto veloce di un’era glaciale... C’è un fondamento di verità?

Le glaciazioni sono ere che la Terra vive ciclicamente, ma ora noi viviamo in una situazione interglaciale quindi teoricamente “lontani” da una glaciazione. Uno dei paradossi dei riscaldamenti climatici è, però, che, a causa del surriscaldamento globale, il nord Europa ripiombi in una glaciazione. Come è possibile? Il sistema climatico sul Pianeta si regge su alcuni equilibri tra i quali il meccanismo della corrente del Golfo del Messico. L’acqua calda tende a salire verso l’Europa e per questo il nostro Continente, pur essendo all’altezza del Canada, ha un clima più mite. Quando l’acqua si raffredda scende e torna verso il Messico che si riscalderà e salirà nuovamente. Fin qui parliamo di acqua salata.

Tuttavia se immettessimo una grande quantità di acqua dolce, questa, anche fredda sarebbe più leggera dell’acqua salata calda della corrente del Golfo impedendo a quest’ultima di andare verso l’alto, bloccando così il meccanismo della corrente del Golfo. Se il Pianeta si surriscaldasse molto velocemente (4° / 5° gradi per secolo) i ghiacciai polari e della Groenlandia si potrebbero sciogliere immettendo nell’Atlantico una grandissima quantità di acqua dolce. Ma non è finita qui: senza quel calore portato dalla corrente del Golfo, aumentando il numero dei ghiacci nell’Europa del nord, la superficie bianca crescerebbe e, visto che il bianco riflette il sole, si assorbirebbe meno calore e continuerebbe a formarsi il ghiaccio. Il nord Europa potrebbe quindi finire sotto una glaciazione. Ovviamente è necessario un riscaldamento climatico molto forte ma, ove non si intervenisse, sì potrebbe verificare proprio una glaciazione.

Cosa si aspetta dalla COP24?

Parto da più lontano. Dalla convenzione quadro sui cambiamenti climatici sono passati 26 anni e, da allora, il riscaldamento globale è accelerato. Come è possibile? Si sono susseguiti protocolli, accordi, convenzioni e regolamenti eppure il 40% dell’aumento delle emissioni è stato registrato dal 1992 in poi. Bisogna agire molto velocemente e, a mio parere, è fondamentale cambiare alcuni paradigmi a livello mondiale. Innanzitutto non si può più parlare di crescita economica (con le risorse “limitate” sulla Terra la crescita non può essere infinita!), ma bisogna affrontare i temi dello sviluppo sostenibile e tenere ben presente che nelle conseguenze da considerare non si può pensare di danneggiare ulteriormente gli “ultimi”, i poveri della Terra.

Poi, per tagliare le emissioni, si dovrebbe drasticamente ridurre l’utilizzo dei combustibili fossili e puntare su efficienza energetica e rinnovabili (e questo porterebbe a nuovi equilibri geopolitici di cui è necessario tenere conto).

Ma non basterebbe per stabilizzare i livelli di anidride carbonica atmosferica, che hanno ormai sforato le 410 parti per milione, né tanto meno sarebbe sufficiente per ridurre per riportare il livello a 280 ppm (parti per milione) o al massimo a 300 ppm (parti per milione), come sarebbe la normalità e come era nell'epoca pre-industriale (250 anni fa), ma come era anche nei millenni precedenti come ci dicono le ricerche in Antartide e come era fino ad almeno 3 milioni di anni fa, quando l'essere umano è comparso su questo pianeta.

Come fare allora? Copiando la Natura: riforestando. Il Pianeta in passato lo ha fatto da solo, impiegando milioni di anni, ma noi oggi non abbiamo tutto questo tempo a disposizione anche perché, in poche decadi, utilizzando le fonti fossili, abbiamo liberato quelle emissioni che erano state stoccate sotto Terra. Bisogna far sì che le la bilancia delle emissioni annuali sia negativa e sia possibile far riassorbire gli attuali livelli. Fermo restando che anche dopo una enorme riforestazione e il assorbimento, si dovrà evitare che le emissioni riassorbite vengano nuovamente liberate (come avverrebbe, ad esempio, se bruciassimo poi quelle foreste).

Ovviamente l’impegno deve essere globale e quindi non si può ragionare e pianificare l’azione a livello di singole aree geografiche. Tutto il Pianeta deve andare verso questa direzione, prima che i cambiamenti climatici vadano oltre i limiti di aumento di temperatura accettabili per l’umanità.

Articolo a cura di Letizia Palmisano giornalista ambientale e di Rete Clima